lunedì 1 giugno 2020

il gioco dei riflessi - STEP #22

Episodio I - Tale nonno, tale nipote

Sono ormai passati 40 anni dall'ultimo caso risolto da Sherlock Holmes e, in quella stessa notte del 15 settembre  1947, proprio come 40 anni prima, la pioggia cadeva fitta su una Londra. Era in nel suo alloggio William Holmes (nipote del più famoso investigatore privato del XIX secolo) quando ricevette una chiamata dal cellulare fisso che lo avvertiva che avrebbe ricevuto lo stesso trattamento riservato alla sua famiglia. Intimorito, il giovane decide di uscire di casa quando per strada incontra Oliver Davies, la spalla che da sempre lo accompagnava nella risoluzione dei misteri più oscuri. Spiegata la situazione al suo assistente, al giovane detective viene proposto di passare la notte a casa dell'amico. Giunti a casa di Oliver, l'attenzione di William viene richiamata dallo squillo del cellulare. Deciso a rispondere il poliziotto privato, si sente chiamato per risolvere un giallo avvenuto da poco vicino a una banca non molto distante dalla sua posizione. Il singolare caso presentava una donna sgozzata vicino a un Bancomat. Ciò che attirò immediatamente l'attenzione di William e Oliver furono due particolari legati all'omicidio: il cadavere non era stato derubato dei soldi appena ritirati dallo sportello e il numero "47" inciso su uno specchio rotto trovato nella bocca della donna.

Episodio II - I pezzi di un puzzle

Allontanati dalla scena del crimine i due iniziano a riflettere sul significato del numero inciso e sul perché il carnefice non fosse riuscito a prendere quelle 400 £. Poche ore dopo, William venne contattato nuovamente dalla polizia per essere aiutata a risolvere un nuovo caso verificatosi dalla parte opposta della città. Raggiunta la scena del crimine, l'investigatore e il suo assistente notarono che sebbene l'arma del delitto fosse cambiata, la costante dello specchio era rimasta. Questa volta l'oggetto riportava l'indicazione di una via: "Wapping High Street". Timorosi di essere dinnanzi al terzo omicidio dell'interminabile notte, i due si diressero presso la zona portuale londinese. Sebbene la poca luce rese difficoltosa ritrovare la via e il numero del capannone, William e Oliver, arrivati a destinazione, trovarono una terza donna impiccata: tale elemento però non portò a pensare di essere capitati sulla scena di un suicidio in quanto il cadavere riportava evidenti segni di strangolamento sulla gola. Poco prima di denunciare l'omicidio, venne trovato in quello stesso capannone un ultimo specchio, segno del fatto che anche in questo caso l'artista lasciò la propria firma: l'incisione questa volta proponeva a William di tornare a casa per vedere l'ultimo atto della serata. Decisi di porre fine a questa scia di morte, l'investigatore e il suo compagno si diressero presso l'appartamento.

Episodio III - Vite spezzate

Giunti a casa trovarono una foglio accanto a quello che sarebbe stato l'ultimo cadavere della serata. Come una lettera d'addio, il carnefice si dichiarava colpevole di tutti gli omicidi compiuti, invitando però il giovane detective a quante vite spezzate ha portato suo nonno con sè: ogni singolo omicidio compiuto e additato da Sherlock come deplorevole, in realtà è stato frutto di una volontà di vendetta o di protezione verso la famiglia dei vari killer, in quanti erano stati tutti minacciati da uomini più potenti. Volgendo un ultimo sguardo all'unico specchio nella stanza, William stesso si rese conto che quella interminabile caccia all'uomo era volta solamente alla protezione di sé stesso e non perché spinto da fini più alti.

sabato 30 maggio 2020

L'etica nelle immagini - la forza comunicante di un disegno - STEP #21

Fin dalle prime civiltà si è capita l'incredibile forza comunicante delle immagini. La storia delle immagini iniziò con la pittura rupestre (una primitiva forma di pittura riportata sulle pareti di grotte
 risalenti alla preistoria a partire dal Paleolitico). Numerosi storici hanno definito tale pratica come
una prima forma di magia per propiziare la caccia, altri invece credono che fosse arte fatta per il solo piacere di farla, altri ancora rappresentazioni dei "totem", animali delle tribù. Purtroppo è impossibile attribuire un preciso e univoco significato a tali incisioni, in quanto la cultura dell'epoca è troppo distante da quella odierna e tale abisso temporale ci impedisce di coglierne i dettagli più importanti. Tuttavia è possibile ritrovare nelle pitture un punto in comune: tali rappresentazioni avevano lo scopo di lasciare un segno agli uomini futuri, indicando la zona come un "luogo capace di parlare allo spirito", quello che oggi può essere ricondotto a una meta di pellegrinaggio.

Con il passare dei secoli, l'uomo si è specializzato, ha affinato la propria tecnica, riuscendo così a compiere vere e proprie opere d'arte. Se si pensa infatti allo stretto legame che si ha tra religione e arte, non si può non ricordare le incredibili rappresentazioni di Michelangelo esposte sulla monumentale Cappella Sistina (lo scopo principale della pittura cristiana era quella, soprattutto in epoca medievale, di raccontare storie di santi e martiri alla popolazione analfabeta). Se si prosegue poi con l'analisi artistica dei secoli a venire, si può notare che i più grandi esponenti europei a livello artistico sono sempre stati commissionati da "mecenati" con l'intenzione di rappresentare opere legate alla cristianità, o in senso più ampio alla religione. Si capisce quindi che le immagini sono nate con l'intenzione di trasmettere messaggi ampi e profondi, spesso legate alle necessità umane.

Tuttavia il potere comunicativo delle immagini è stato spesso sfruttato anche per veicolare messaggi
di propaganda politica. Se si pensa agli ultimi 100 anni infatti, è incredibile pensare a come alcuni dittatori siano riusciti ad ottenere il consenso popolare basandosi anche sulle campagne politiche, condotte attraverso dibattiti ma soprattutto veicolando i propri obiettivi politici tramite immagini e rappresentando il leader del partito politico come un "salvatore
 della patria". Tale impiego deplorevole delle immagini volto anche alla nascita aperte manifestazioni antisemite, permette di capire con quanta facilità un concetto possa raggiungere milioni di persone tramite un veloce sguardo al manifesto. Tuttavia, sempre grazie all'immortalità delle immagini, ci verrà ricordato i motivi per cui uomini con certe convinzioni non dovranno più salire al potere. Se ne evince quindi che le immagini hanno anche una grande forza rimembrante. Proseguendo poi con l'analisi etica delle immagini, oggi si può affermare che queste sono oggetto di studio di numerosi sociologi, in quanto costituiscono il principale mezzo di pubblicizzazione di beni materiali che diversamente sarebbe difficile esibire al grande pubblico.



giovedì 28 maggio 2020

Nello Zibaldone di Leopardi: come le immagini influenzano la nostra vita. La Teoria del piacere - STEP #20

Se ci si addentra nella ricerca del termine "immagine" nello Zibaldone, non è difficile trovare in tale
diario numerosi ricorsi al vocabolo in questione. Primo tra tutti è sicuramente la "Teoria del piacere", così come esplicitamente lui stesso la chiama. Tale riflessione è espressa come un breve e coeso saggio filosofico, la quale evidenzia un’idea ben precisa: ogni uomo, nel suo agire, mira "al piacere, ossia alla felicità"; questa tendenza al piacere non conosce limiti perché connaturata all’esistenza; al contrario, i mezzi attraverso i quali l’uomo cerca di soddisfarla, i "piaceri", sono limitati, temporanei ed effimeri. Ne consegue la distanza incolmabile tra desiderio del piacere ed effettiva possibilità di soddisfarlo. Attraverso una serie di affermazioni, il poeta recanatese costruisce la propria teoria partendo dall'affermare che il desiderio del piacere è infinito per durata e per estensione. Di tutt'altra natura è invece il conseguimento di un oggetto di desiderio, in quanto questo non spegne il desiderio del piacere, poiché risponde con qualcosa di finito a una richiesta infinita. Dunque soltanto l’immaginazione può soddisfare il desiderio del piacere, desiderio che è infinito, perché soltanto l’immagine astratta può riprodurre oggetti infiniti per numero, per durata e per estensione; l’uomo sperimenta una condizione di felicità quando può soddisfare la propria infinita sete di piacere con questi oggetti infiniti illusori, creati dalla sua facoltà immaginativa. Continua l'autore affermando che solo madre natura aveva disposto gli uomini al piacere facendoli ignoranti, cioè capaci di illusioni e di immaginazione. Tale filosofia è ritrovabile anche in poesia con la poetica del vago e dell’indeterminato, le quali sono fonti di piacere in quanto attivano l’immaginazione (ciò che è indefinito non può essere percepito dalla ragione perché la ragione non ha la capacità di concepire oggetti: il caso più esemplare è "L'infinito", poesia in cui il poeta si lascia trasportare dall'immaginazione verso l’incerto, proiettando l’idea di questo piacere in uno spazio e in una durata non quantificabili).



mercoledì 27 maggio 2020

L'immagine nell'utopia: le pubblicità sociali come strumento di sensibilizzazione - STEP #19

La nostra generazione è nata e sta vivendo in un mondo profondamente diverso da quello dei nostri padri e dai nostri nonni. Se si pensa alla nostra infanzia, infatti, non è difficile trovare un ricordo legato a un momento in cui siamo stati ammalati da un classico della Disney, da quello che oggi può essere definito sotto tutti gli aspetti una vera e propria "favola" o "fiaba" su schermo. Tale progresso è stato frutto dell'evoluzione dei mezzi tecnologici che hanno permesso di visionare i racconti a discapito dell'immaginazione, trasmettendo comunque una morale di fondo (che vada dal parteggiare per i deboli all'aver cura dell'altro, dal vivere senza troppi pensieri all'aver cura dell'ambiente). Messaggi etici analoghi possiamo trovarli anche nelle "Pubblicità sociali", ovvero una forma di comunicazione volta a trasmettere un messaggio di interesse generale, sensibilizzare l'opinione pubblica su una causa o una problematica e promuovere o disincentivare un determinato comportamento. La pubblicità sociale sfrutta le caratteristiche, gli strumenti e le strategie tipiche della comunicazione pubblicitaria per informare o sensibilizzare l’opinione pubblica su un dato argomento, per promuovere l’adozione di un comportamento o uno stile di vita o per incentivare le donazioni in favore di una causa specifica: slogan , fotografie, spot e altri strumenti pubblicitari vengono dunque usati nelle campagne di pubblica utilità allo scopo di incentivare il cambiamento sociale. Si tratta, dunque, di una forma di pubblicità non profit, cioè che non ha, come fine ultimo, la vendita di prodotti o servizi, bensì l’adozione di un determinato comportamento o il tentativo di risoluzione di una precisa problematica. Per coinvolgere il target di riferimento e aumentare l’efficacia della comunicazione vengono adottate differenti strategie volte a suscitare delle emozioni e a generare degli atteggiamenti specifici negli individui, portandoli ad accogliere il messaggio veicolato o a sposare una determinata causa. Le immagini usate hanno dunque il compito di shoccare l'osservatore, al fine di evidenziare il messaggio in questione. 



Nel caso sopra riportato è presente un forte contrasto tra gli gli elementi visivi drammatici e l’allegra canzone di Kool & the Gang "Celebrate good times… Come On!": questo brano è cantato da medici e infermieri che cercano di salvare la vita di diverse vittime di un incidente stradale e dall’agente di polizia che annuncia la morte di un parente a una donna. Si fa, poi, frequentemente ricorso allo storytelling negli spot di pubblicità sociale per presentare in maniera accattivante, interessante e realista gli argomenti da affrontare: partendo da singole storie (reali o fittizie) di individui, vengono illustrate svariate problematiche, come situazioni di crisi umanitaria provocate dalla guerra, che colpiscono enormi gruppi di persone. 

martedì 26 maggio 2020

Bergson e la realtà: come le immagini sono il punto di contatto tra il tangibile e il sensibile - STEP #18

Come già affermato precedentemente la filosofia ebbe numerosi pensatori che esposero teorie sul come relazionarsi con la realtà. Tale attitudine verso la ricerca del vero in ciò che ci circonda lo troviamo anche in Bergson, filosofo francese vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Nella sua opera "Materia e memoria", viene affermato che la relazione tra la coscienza interiore del soggetto e la realtà corporea con la quale si interagisce sta in mezzo tra la concezione idealistica, che cioè considera l'oggetto assolutamente determinato dal soggetto, e la concezione realistica, ovvero che considera la realtà sensibile come a sé stante, cioè avente esistenza propria. Bergson descrive le immagini come il punto di contatto tra il mondo della rappresentazione (idealisti) e la cosa sensibile (realisti). L'immagine è propriamente ciò che la coscienza crea attraverso l'unione tra l'interazione con la realtà e la sintesi, che essa stessa compie, dalle rappresentazioni della realtà che l'io psichico costruisce al suo interno. Queste immagini chiaramente non sono accostate a caso ma seguono delle relazioni: queste relazioni coincidono con le leggi della natura (quindi si capisce come Bergson pur essendo uno spiritualista, considera fondamentali le leggi organiche  e inorganiche che regolano la materia).  Fra le diverse immagini ve né una privilegiata che sottostà a queste leggi ma che è anche in grado di modificarle a suo piacimento. Inoltre, mentre tutte le altre immagini hanno ragione di esistere perchè si creano partendo dall'esterno, questa immagine vive la sua esistenza dall'interno: essa è il corpo. La funzione del corpo è quella di selezionare le altre immagini in base a criteri soggettivi che seguono l'esigenza di soddisfare bisogni propri. In questo modo molte immagini vengono accettate, altre invece vengono scartate: è questo il campo della percezione. Essa non può avere un carattere conoscitivo (in senso oggettivo) della realtà perchè ognuno selezionerà le le proprie immagini in base alla propria coscienza: percepire significa dunque modificare la realtà materiale in base alle esigenze del nostro corpo. La conoscenza della realtà e la vita interiore di un individuo non può risolversi solo nella sua attività psichica, che pure rappresenta una parte fondamentale della sua esistenza.


Fonti:  https://www.tesionline.it/appunti/storia-della-filosofia-contemporanea/percezione-in-bergson/380/108

sabato 23 maggio 2020

Gli impressionisti: come la realtà vista tramite nuove immagini

Se nel nostro immaginario Parigi appare così romantica, con i pittori intenti a dipingere la Senna con una tavolozza tra le dita, probabilmente è merito degli impressionisti: un gruppo di artisti coraggiosi che decise di lasciarsi alle spalle il buio dei loro atelier per scendere in strada a dipingere e raccontare in modo personale e inconfondibile la loro città. Probabilmente non sapevano che con le loro opere avrebbero cambiato per sempre l’immagine di Parigi, trasformando la Ville Lumière in una capitale romantica e dolcemente malinconica. Alla base di tutto non c’era altro che un gruppo di amici, artisti di talento un po’ scapestrati, che non ne potevano più delle ferree regole imposte dalla cultura accademica dell’epoca. Con l’energia e l’entusiasmo dei rivoluzionari decisero di disobbedire a quelle regole che consideravano antiquate perché ritenevano fosse scorretto porre freni alla creatività e, senza saperlo, quegli artisti stavano scrivendo una pagina indelebile nella storia dell’arte.

 Claude Monet, 1872 - Musée Marmottan Monet, Parigi
"Impressione, levar del sole"
L’Impressionismo è una corrente artistica nata a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento, precisamente tra il 1860 e il 1870, e durata fino ai primi anni del Novecento. Lo stesso nome “impressionismo” deriva dal giudizio poco lusinghiero del critico d’arte Louis Leroy che, prendendo spunto dall’opera di Claude Monet Impressione. Levar del sole (sotto) fece dell’ironia sul modo di dipingere di quel giovane gruppo di artisti, considerando le loro opere incomplete, poco più che “impressioni”, appunto. Nasce in contrapposizione all’arte accademica dell’epoca sfidando la critica con opere apparentemente incomplete, spesso realizzate in poche ore: infatti il punto cardine dell’arte impressionista è la pittura “en plein air” (all’aria aperta). Gli artisti impressionisti abbandonano il chiuso degli atelier per dipingere la realtà “dal vivo” e cogliere così l’infinita varietà della sfumature che compongono i colori. Questo nuovo approccio alla pittura è reso possibile anche grazie all’invenzione del “cavalletto da campagna” (portatile) e dei colori in tubetto, più pratici da usare negli spostamenti e più immediati, visto che non costringono l’artista a mescolare i pigmenti per formare i colori. Le opere degli impressionisti non rappresentano la realtà così com’è ma in base a come viene percepita dall’occhio dell’artista nel momento in cui la dipinge. I colori non sono più mescolati sulla tela ma vengono semplicemente accostati, dando vita a spettacolari contrapposizioni cromatiche (es. I papaveri di Monet) e a immagini non chiaramente definite, quasi sfocate.
Claude Monet, 1873 - Musée d'Orsay, Parigi
"I papaveri"


Fonti: https://dueminutidiarte.com/2015/09/26/impressionismo-artisti-opere-riassunto-arte/

lunedì 18 maggio 2020

Memoria visiva: un metodo di studio come retaggio dei nostri antenati

Utilizzare la memoria visiva (o memoria fotografica) è una strategia di studio molto potente.
Sfrutta infatti la nostra straordinaria e innata capacità di ricordare attraverso le immagini e , di fatto, per milioni di anni, la maggior parte di quello che abbiamo imparato è dovuto alla memoria visiva.
Per quasi 2 milioni di anni, infatti abbiamo fatto a meno della scrittura e abbiamo utilizzato un vocabolario parlato molto limitato. Ricordare ciò che vedevamo ci ha permesso di tenerci lontani dai pericoli, di approfittare delle opportunità e di imparare dall'ambiente che ci circondava.
La nostra esperienza del mondo e la conseguente capacità di sopravvivenza sono state quindi legate soprattutto agli organi di senso, in primis la vista. Per questo la nostra memoria visiva è, potenzialmente, straordinaria. Ora, lo sviluppo nella nostra specie di un linguaggio complesso ha certamente accelerato il nostro progresso ma ha anche un po’ inibito alcune delle nostre efficacissime capacità primordiali.

Per ragioni evolutive dunque, utilizzare la memoria visiva per studiare potrebbe essere estremamente efficace ed anche facile, proprio perché è un sistema molto naturale e istintivo. Le parole sono esse stesse delle immagini, ma ricordarle con la memoria fotografica è difficile, perché sono immagini molto poco caratterizzate. Inoltre anche l'aspetto dell'emotività gioca un ruolo fondamentale nella memorizzazione di concetti: è infatti scientificamente provato che elementi capaci di impressionarci rimangono nella memoria molto più a lungo e il ricordo tende in modo minore a subire alterazioni. La presenza di azione nelle immagini comporta anche un maggior lavoro mnemonico da parte della mente, in quanto una situazione dinamica ci porta a prefigurarci gli sviluppi di quello che accadrà, a differenza di una momento statico, che difficilmente ci permette di ricordare particolari legati alla situazione. Essere parte dell'immagine (immaginandoci protagonisti della situazione) è una terza componente che rende un ricordo maggiormente vivido nel tempo.
Riassumendo, per rendere un ricordo più duraturo nella mente è necessario che questo sia influenzato da:
1) Contenuti emotivamente rilevanti;
2) Presenza di azioni;
3) Prospettiva che renda ci renda protagonisti della situazione.

La memoria visiva si chiama anche “memoria fotografica”, ma non lo è affatto. I nostri occhi infatti non interagiscono con l’ambiente come se fossero un obiettivo fotografico. Fatta salva l’eccezione della memoria eidetica, avere memoria visiva non significa “stamparsi” una immagine nella mente per poi riguardarla a piacimento, come si fa col pc. Nella memoria visiva “normale” i nostri occhi interagiscono con l’ambiente in modo complesso, operando in maniera istantanea una serie di processi selettivi e analitici. Anche se questi processi dipendono il larga misura da automatismi, essi possono essere cambiati, influenzati e trasformati dalle nostre strutture cerebrali superiori.



Fonti:https://www.gliaudacidellamemoria.com/memoria-visiva-funziona-utilizzarla/

La fine: sintesi del blog - STEP #25

Con il termine immagine si vuole indicare la forma esteriore degli oggetti corporei , in quanto viene percepita attraverso il senso della v...