Fin dalle prime civiltà si è capita l'incredibile forza comunicante delle immagini. La storia delle immagini iniziò con la pittura rupestre (una primitiva forma di pittura riportata sulle pareti di grotte
risalenti alla preistoria a partire dal Paleolitico). Numerosi storici hanno definito tale pratica come
una prima forma di magia per propiziare la caccia, altri invece credono che fosse arte fatta per il solo piacere di farla, altri ancora rappresentazioni dei "totem", animali delle tribù. Purtroppo è impossibile attribuire un preciso e univoco significato a tali incisioni, in quanto la cultura dell'epoca è troppo distante da quella odierna e tale abisso temporale ci impedisce di coglierne i dettagli più importanti. Tuttavia è possibile ritrovare nelle pitture un punto in comune: tali rappresentazioni avevano lo scopo di lasciare un segno agli uomini futuri, indicando la zona come un "luogo capace di parlare allo spirito", quello che oggi può essere ricondotto a una meta di pellegrinaggio.
Con il passare dei secoli, l'uomo si è specializzato, ha affinato la propria tecnica, riuscendo così a compiere vere e proprie opere d'arte. Se si pensa infatti allo stretto legame che si ha tra religione e arte, non si può non ricordare le incredibili rappresentazioni di Michelangelo esposte sulla monumentale Cappella Sistina (lo scopo principale della pittura cristiana era quella, soprattutto in epoca medievale, di raccontare storie di santi e martiri alla popolazione analfabeta). Se si prosegue poi con l'analisi artistica dei secoli a venire, si può notare che i più grandi esponenti europei a livello artistico sono sempre stati commissionati da "mecenati" con l'intenzione di rappresentare opere legate alla cristianità, o in senso più ampio alla religione. Si capisce quindi che le immagini sono nate con l'intenzione di trasmettere messaggi ampi e profondi, spesso legate alle necessità umane.
Tuttavia il potere comunicativo delle immagini è stato spesso sfruttato anche per veicolare messaggi
di propaganda politica. Se si pensa agli ultimi 100 anni infatti, è incredibile pensare a come alcuni dittatori siano riusciti ad ottenere il consenso popolare basandosi anche sulle campagne politiche, condotte attraverso dibattiti ma soprattutto veicolando i propri obiettivi politici tramite immagini e rappresentando il leader del partito politico come un "salvatore
della patria". Tale impiego deplorevole delle immagini volto anche alla nascita aperte manifestazioni antisemite, permette di capire con quanta facilità un concetto possa raggiungere milioni di persone tramite un veloce sguardo al manifesto. Tuttavia, sempre grazie all'immortalità delle immagini, ci verrà ricordato i motivi per cui uomini con certe convinzioni non dovranno più salire al potere. Se ne evince quindi che le immagini hanno anche una grande forza rimembrante. Proseguendo poi con l'analisi etica delle immagini, oggi si può affermare che queste sono oggetto di studio di numerosi sociologi, in quanto costituiscono il principale mezzo di pubblicizzazione di beni materiali che diversamente sarebbe difficile esibire al grande pubblico.
Visualizzazione post con etichetta scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scienza. Mostra tutti i post
sabato 30 maggio 2020
lunedì 18 maggio 2020
Memoria visiva: un metodo di studio come retaggio dei nostri antenati
Utilizzare la memoria visiva (o memoria fotografica) è una strategia di studio molto potente.
Sfrutta infatti la nostra straordinaria e innata capacità di ricordare attraverso le immagini e , di fatto, per milioni di anni, la maggior parte di quello che abbiamo imparato è dovuto alla memoria visiva.
Per quasi 2 milioni di anni, infatti abbiamo fatto a meno della scrittura e abbiamo utilizzato un vocabolario parlato molto limitato. Ricordare ciò che vedevamo ci ha permesso di tenerci lontani dai pericoli, di approfittare delle opportunità e di imparare dall'ambiente che ci circondava.
La nostra esperienza del mondo e la conseguente capacità di sopravvivenza sono state quindi legate soprattutto agli organi di senso, in primis la vista. Per questo la nostra memoria visiva è, potenzialmente, straordinaria. Ora, lo sviluppo nella nostra specie di un linguaggio complesso ha certamente accelerato il nostro progresso ma ha anche un po’ inibito alcune delle nostre efficacissime capacità primordiali.
Per ragioni evolutive dunque, utilizzare la memoria visiva per studiare potrebbe essere estremamente efficace ed anche facile, proprio perché è un sistema molto naturale e istintivo. Le parole sono esse stesse delle immagini, ma ricordarle con la memoria fotografica è difficile, perché sono immagini molto poco caratterizzate. Inoltre anche l'aspetto dell'emotività gioca un ruolo fondamentale nella memorizzazione di concetti: è infatti scientificamente provato che elementi capaci di impressionarci rimangono nella memoria molto più a lungo e il ricordo tende in modo minore a subire alterazioni. La presenza di azione nelle immagini comporta anche un maggior lavoro mnemonico da parte della mente, in quanto una situazione dinamica ci porta a prefigurarci gli sviluppi di quello che accadrà, a differenza di una momento statico, che difficilmente ci permette di ricordare particolari legati alla situazione. Essere parte dell'immagine (immaginandoci protagonisti della situazione) è una terza componente che rende un ricordo maggiormente vivido nel tempo.
Riassumendo, per rendere un ricordo più duraturo nella mente è necessario che questo sia influenzato da:
1) Contenuti emotivamente rilevanti;
2) Presenza di azioni;
3) Prospettiva che renda ci renda protagonisti della situazione.
La memoria visiva si chiama anche “memoria fotografica”, ma non lo è affatto. I nostri occhi infatti non interagiscono con l’ambiente come se fossero un obiettivo fotografico. Fatta salva l’eccezione della memoria eidetica, avere memoria visiva non significa “stamparsi” una immagine nella mente per poi riguardarla a piacimento, come si fa col pc. Nella memoria visiva “normale” i nostri occhi interagiscono con l’ambiente in modo complesso, operando in maniera istantanea una serie di processi selettivi e analitici. Anche se questi processi dipendono il larga misura da automatismi, essi possono essere cambiati, influenzati e trasformati dalle nostre strutture cerebrali superiori.
Fonti:https://www.gliaudacidellamemoria.com/memoria-visiva-funziona-utilizzarla/
Sfrutta infatti la nostra straordinaria e innata capacità di ricordare attraverso le immagini e , di fatto, per milioni di anni, la maggior parte di quello che abbiamo imparato è dovuto alla memoria visiva.
Per quasi 2 milioni di anni, infatti abbiamo fatto a meno della scrittura e abbiamo utilizzato un vocabolario parlato molto limitato. Ricordare ciò che vedevamo ci ha permesso di tenerci lontani dai pericoli, di approfittare delle opportunità e di imparare dall'ambiente che ci circondava.
La nostra esperienza del mondo e la conseguente capacità di sopravvivenza sono state quindi legate soprattutto agli organi di senso, in primis la vista. Per questo la nostra memoria visiva è, potenzialmente, straordinaria. Ora, lo sviluppo nella nostra specie di un linguaggio complesso ha certamente accelerato il nostro progresso ma ha anche un po’ inibito alcune delle nostre efficacissime capacità primordiali.
Per ragioni evolutive dunque, utilizzare la memoria visiva per studiare potrebbe essere estremamente efficace ed anche facile, proprio perché è un sistema molto naturale e istintivo. Le parole sono esse stesse delle immagini, ma ricordarle con la memoria fotografica è difficile, perché sono immagini molto poco caratterizzate. Inoltre anche l'aspetto dell'emotività gioca un ruolo fondamentale nella memorizzazione di concetti: è infatti scientificamente provato che elementi capaci di impressionarci rimangono nella memoria molto più a lungo e il ricordo tende in modo minore a subire alterazioni. La presenza di azione nelle immagini comporta anche un maggior lavoro mnemonico da parte della mente, in quanto una situazione dinamica ci porta a prefigurarci gli sviluppi di quello che accadrà, a differenza di una momento statico, che difficilmente ci permette di ricordare particolari legati alla situazione. Essere parte dell'immagine (immaginandoci protagonisti della situazione) è una terza componente che rende un ricordo maggiormente vivido nel tempo.
Riassumendo, per rendere un ricordo più duraturo nella mente è necessario che questo sia influenzato da:
1) Contenuti emotivamente rilevanti;
2) Presenza di azioni;
3) Prospettiva che renda ci renda protagonisti della situazione.
La memoria visiva si chiama anche “memoria fotografica”, ma non lo è affatto. I nostri occhi infatti non interagiscono con l’ambiente come se fossero un obiettivo fotografico. Fatta salva l’eccezione della memoria eidetica, avere memoria visiva non significa “stamparsi” una immagine nella mente per poi riguardarla a piacimento, come si fa col pc. Nella memoria visiva “normale” i nostri occhi interagiscono con l’ambiente in modo complesso, operando in maniera istantanea una serie di processi selettivi e analitici. Anche se questi processi dipendono il larga misura da automatismi, essi possono essere cambiati, influenzati e trasformati dalle nostre strutture cerebrali superiori.
Fonti:https://www.gliaudacidellamemoria.com/memoria-visiva-funziona-utilizzarla/
venerdì 15 maggio 2020
L'evoluzione della fotografia ai tempi d'oggi: photoshop come mezzo per la ricerca dell'immagine perfetta
Oggi molti giovani, al fine di apparire meglio nelle foto, ricorrono spesso a programmi che migliori un'immagine, rimuovendo particolari indesiderati o poco gradevoli alla vista: il prediletto per apportare tali modifiche è Photoshop. Il programma, infatti, è in grado di effettuare ritocchi di qualità professionale alle immagini, offrendo enormi possibilità creative grazie ai numerosi filtri e strumenti che permettono di emulare le tecniche utilizzate nei laboratori fotografici per il trattamento delle immagini, le tecniche di pittura e di disegno. Un'importante funzione del programma è data dalla
possibilità di lavorare con più livelli, permettendo di gestire separatamente le diverse componenti che costituiscono l'immagine principale. Tale programma è nato nel 1990 ad opera dei fratelli Thomas e John Knoll, figli di un fotografo, che lo idearono per agevolare il lavoro del padre.
Oggi tra i più usati al mondo perché viene utilizzati sia da ragazzi per divertimenti che per scopi professionali, come la creazione di loghi, banner e molto altro. Con esso si possono o inserire o togliere gli sfondi per realizzare immagini render, farsi più belli rimuovendo le rughe o apparire fisicamente più gradevoli, come succede per i divi di Hollywood.
Fonti:https://it.wikipedia.org/wiki/Adobe_Photoshop
https://www.scuolissima.com/2013/05/cose-photoshop-ed-cosa-serve.html
possibilità di lavorare con più livelli, permettendo di gestire separatamente le diverse componenti che costituiscono l'immagine principale. Tale programma è nato nel 1990 ad opera dei fratelli Thomas e John Knoll, figli di un fotografo, che lo idearono per agevolare il lavoro del padre.
Oggi tra i più usati al mondo perché viene utilizzati sia da ragazzi per divertimenti che per scopi professionali, come la creazione di loghi, banner e molto altro. Con esso si possono o inserire o togliere gli sfondi per realizzare immagini render, farsi più belli rimuovendo le rughe o apparire fisicamente più gradevoli, come succede per i divi di Hollywood.
Fonti:https://it.wikipedia.org/wiki/Adobe_Photoshop
https://www.scuolissima.com/2013/05/cose-photoshop-ed-cosa-serve.html
giovedì 14 maggio 2020
Un rappresentante dell'immagine: Vance Packard e il "Persuasori occulti" - STEP #16
Tutto cambiò con l'avvento della televisione: questo nuovo artefatto entrò nelle case di ogni famiglia, tenendo compagnia a queste in ogni momento della giornata, cambiando profondamente il modo di accedere alle informazioni, diventando così reperibili a tutti. Questo piccolo schermo fu il mezzo che, secondo Vince Packard, segnò una vera e propria rivoluzione economico-sociale, iniziata nel XX secolo e di cui ne risentiamo gli effetti ancora adesso, i quali sono amplificati a dismisura dall'avvento delle nuove tecnologie soprattutto nel campo delle comunicazioni di massa. Basandosi su un lungo e attento studio di documenti e interviste, l'obiettivo di Packard è quello di illuminare i lettori su come il capitalismo americano (e quindi di conseguenza tutta l'economia mondiale), verso la fine degli anni cinquanta, decide di risolvere un problema: creare mercati sufficienti per una produzione sempre più aggressiva in termini quantitativi. Economicamente parlando: evitare le crisi di sottoconsumo. In un mondo che infatti è appena uscito dal suo secondo conflitto mondiale, gli stati hanno la necessità di far ripartire la propria macchina produttiva, risollevando l'economia nazionale dagli effetti che la II Guerra Mondiale comportò. In particolar modo, l'industria è più che mai in fermento considerati gli ingenti danni provocati dalla devastazione della guerra.
Ed è proprio qui che interviene la pubblicità, definita appunto dal sociologo come un "persuasore occulto", un entità cioè non manifesta che tuttavia si mostra capace di controllare le nostre scelte.
Dalla lettura dell'opera si può facilmente dedurre che nessuna sfera della vita era al sicura da quelli che verranno poi definiti dei veri e propri psicologi della società di massa: infatti, la nuova generazione degli agenti pubblicitari stravolsere le regole del gioco, facendo assumere al consumatore un ruolo centrale nella scena. I prodotti erano da sempre sottoposti a studi ma mai prima di allora ci si era chiesto il motivo per cui la massa dovesse essere tantata a compiere l'acquisto.
Fonti: https://www.dirtywork.it/blog/i-persuasori-occulti-appunti-sul-libro-di-vance-packard/
Immagini: https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/11/F-1.jpg
Ed è proprio qui che interviene la pubblicità, definita appunto dal sociologo come un "persuasore occulto", un entità cioè non manifesta che tuttavia si mostra capace di controllare le nostre scelte.
Dalla lettura dell'opera si può facilmente dedurre che nessuna sfera della vita era al sicura da quelli che verranno poi definiti dei veri e propri psicologi della società di massa: infatti, la nuova generazione degli agenti pubblicitari stravolsere le regole del gioco, facendo assumere al consumatore un ruolo centrale nella scena. I prodotti erano da sempre sottoposti a studi ma mai prima di allora ci si era chiesto il motivo per cui la massa dovesse essere tantata a compiere l'acquisto.
Packard aveva capito che i consumatori dovevano essere
sottoposti ad analisi più meticolose. Era necessario entrare nelle loro teste per
comprendere il processo alla base delle loro pulsioni di acquisto. I sondaggi e
i focus group erano per Packard lo strumento più adatto. Non si trattava quindi
di inserire fotogrammi in una pellicola per accendere un desiderio in modo
subliminale. L’obiettivo era quello di acquisire informazioni dettagliate per
produrre pubblicità sempre più efficaci.
All’epoca dei grandi illusionisti e prima della nascita
della psicologia cognitiva si pensava che con la giusta parola si potesse
aprire e controllare la mente di un individuo. Gioie, paure, angosce che
galleggiavano nell’inconscio sarebbero deflagrate al momento giusto. "Il prodotto non soltanto dev’essere buono ma deve esercitare
una suggestione sui nostri sentimenti annidati nei recessi della psiche." Alla pubblicità insomma si attribuiva il potere di aggirare
il raziocino delle persone e di cambiarne i gusti.
Sei quello che possiedi e aspettare che un prodotto si
deteriorasse o che passasse lentamente di moda era un sacrificio che il
marketing pubblicitario non era disposto più a sopportare. L’idea di un
invecchiamento psicologico iniziò a circolare tra gli addetti ai lavori per far
sì che ad esempio "il cliente si vergogni a guidare la stessa auto per più di
due o tre anni". Naturalmente il mercato automobilistico sperimentò altre
tecniche di persuasione che possiamo trovare anche nelle pubblicità attuali.
Basti pensare al concetto che "quando compro un’automobile io dico, in un certo
senso, voglio una macchina che mi definisca". L’approccio scientifico stava producendo i suoi frutti e ben
presto fu sperimentato anche durante le elezioni presidenziali del 1956.
Packard non gradì che la manipolazione avvenisse a livello politico. Gli
elettori indecisi cadevano sotto il fuoco incrociato di presunte dichiarazioni
e pittoresche immagini dei candidati e delle loro mogli. Le fake news diciamo
che ne sono in qualche modo la diretta conseguenza.
Immagini: https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/11/F-1.jpg
sabato 9 maggio 2020
La nascita del passato nel presente: così nacque la fotografia
La fotografia è una tecnica di produzione d'immagini, ottenuta grazie ad un'azione chimica esercitata dalla luce o da altre forme d'energia.
Non si può definire una data e un inventore specifico della fotografia, perché è un avvenimento che si
è evoluto nel corso dei secoli, preparato da intuizioni diverse, da ricerche e conferme.
Possiamo risalire fino ad Aristotele, vissuto nel IV sec. a.C. e alle sue osservazioni sulla luce, sui colori e sul senso della vista.
I primi veri studiosi però (1400), che con la camera oscura, sono arrivati alla scoperta della tecnica della fotografia, sono gli arabi AI-Kindi e AI-Hazen.
Essi osservarono che all'interno di una camera buia, praticando un piccolo e sottile foro su di una parete, si può vedere un'immagine confusa dell'esterno proiettata capovolta sulla parete opposta.
Ma come nacque la fotografia? II semplice foro, durante il `600, viene sostituito da una lente a menisco: la figura era piuttosto imprecisa a causa della cattiva qualità degli obbiettivi.
Un'altra teoria risale alla fine dei Medioevo, quando gli alchimisti, facendo riscaldare il cloruro di sodio (o sale da cucina) insieme con l'argento, avevano scoperto che dal sale si liberava un gas, il cloro, il quale combinandosi con l'argento, provocava la formazione di un composto, il cloruro d'argento, bianco nell'oscurità, ma violetto o quasi nero con l'esposizione ai raggi del sole.
Era quindi naturale che, ad un certo punto, nascesse l'idea di utilizzare la singolare proprietà dei raggi
luminosi per ottenere immagini sulla superficie di sostanze chimiche sensibili alla luce.
Nel '700, illustri chimici tentarono di risolvere il problema, ma riuscirono ad ottenere solo contorni d'immagini, cioè silhouettes (il nome deriva da Stefano Silhouettes che fu l'iniziatore della moda di farsi fare il ritratto). II chimico tedesco Johann Heinrich Schulze “battezzò” già nel '700 la fotografia.
Un altro collaboratore fu Niepce, il primo ad ottenere qualcosa con delle lastre di metallo ricoperte di bitume di giudea (sostanza che schiarisce debolmente alla luce).
Fonti: https://doc.studenti.it/riassunto/fotografia/breve-storia-fotografia.html
http://www.linearossage.it/storia/storia-della-fotografia-in-breve/#:~:text=La%20storia%20della%20fotografia%20in%20breve,nascente%20borghesia%20e%20il%20popolo.
Non si può definire una data e un inventore specifico della fotografia, perché è un avvenimento che si
è evoluto nel corso dei secoli, preparato da intuizioni diverse, da ricerche e conferme.
Possiamo risalire fino ad Aristotele, vissuto nel IV sec. a.C. e alle sue osservazioni sulla luce, sui colori e sul senso della vista.
I primi veri studiosi però (1400), che con la camera oscura, sono arrivati alla scoperta della tecnica della fotografia, sono gli arabi AI-Kindi e AI-Hazen.
Essi osservarono che all'interno di una camera buia, praticando un piccolo e sottile foro su di una parete, si può vedere un'immagine confusa dell'esterno proiettata capovolta sulla parete opposta.
Ma come nacque la fotografia? II semplice foro, durante il `600, viene sostituito da una lente a menisco: la figura era piuttosto imprecisa a causa della cattiva qualità degli obbiettivi.
Un'altra teoria risale alla fine dei Medioevo, quando gli alchimisti, facendo riscaldare il cloruro di sodio (o sale da cucina) insieme con l'argento, avevano scoperto che dal sale si liberava un gas, il cloro, il quale combinandosi con l'argento, provocava la formazione di un composto, il cloruro d'argento, bianco nell'oscurità, ma violetto o quasi nero con l'esposizione ai raggi del sole.
Era quindi naturale che, ad un certo punto, nascesse l'idea di utilizzare la singolare proprietà dei raggi
luminosi per ottenere immagini sulla superficie di sostanze chimiche sensibili alla luce.
Nel '700, illustri chimici tentarono di risolvere il problema, ma riuscirono ad ottenere solo contorni d'immagini, cioè silhouettes (il nome deriva da Stefano Silhouettes che fu l'iniziatore della moda di farsi fare il ritratto). II chimico tedesco Johann Heinrich Schulze “battezzò” già nel '700 la fotografia.
Un altro collaboratore fu Niepce, il primo ad ottenere qualcosa con delle lastre di metallo ricoperte di bitume di giudea (sostanza che schiarisce debolmente alla luce).
Fonti: https://doc.studenti.it/riassunto/fotografia/breve-storia-fotografia.html
http://www.linearossage.it/storia/storia-della-fotografia-in-breve/#:~:text=La%20storia%20della%20fotografia%20in%20breve,nascente%20borghesia%20e%20il%20popolo.
giovedì 7 maggio 2020
L'immagine dell'impossibile: come oggi è possibile fotografare i buchi neri - STEP #14
Considerazioni personali:
E' impossibile non definire il progresso tecnologico che stiamo vivendo come straordinario: in poco più di un secolo siamo riusciti ad evolverci sotto il punto di vista tecnico più di quanto non sia mai stato fatto durante tutta la storia dell'umanità. Siamo riusciti a conquistare lo spazio, quel limite invalicabile che per molte generazioni è stato visto come il limite assoluto per l'uomo, che ha ispirato storie fantascientifiche legate all'ignoto. Oggi, invece, siamo capaci non solo di vedere gli angoli più remoti della nostra galassia ma possiamo arrivare anche ad osservare eventi distanti 53 milioni di anni luce dalla Terra, osservando eventi si pensava fossero inesistenti dai nosti padri.
https://www.media.inaf.it/2019/04/10/prima-foto-buco-nero/
Immagine: https://images.wired.it/wp-content/uploads/2019/04/10172029/buconeroM87EHT-2.jpg
mercoledì 6 maggio 2020
Con lo studio dell'ottica nasce l'immagine nell'ingegneria - STEP #13
L'uomo da sempre ha avuto l'ambizione di correlare la realtà che lo circonda con leggi fisiche. In particolare, il sottile rapporto che lega l'uomo con il mondo esterno passa attraverso la vista, senso che è stato ampiamente trattato anche come materia scientifica: la primordiale forma di scienza applicata alle immagini è la geometria ottica. Tale disciplina è la branca più primordiale dell'ottica: essa studia i fenomeni ottici assumendo
che la luce si propaghi mediante raggi rettilinei. Dal punto di vista
dell'ottica ondulatoria essa è valida quando la luce interagisce solo con
oggetti di dimensioni molto maggiori della sua lunghezza d'onda. Con questa
condizione, gli unici fenomeni rilevanti sono la propagazione rettilinea, la
riflessione (speculare o diffusa, quest'ultima detta anche diffusione) e la
rifrazione ed è possibile dare una spiegazione approssimata, ma sufficiente in
molti casi, del funzionamento di specchi, prismi, lenti e dei sistemi ottici
costruiti con essi. Uno dei primi studiosi di tale disciplina fu Claudio Tolomeo, astronomo, astrologo e geografo greco antico di epoca
imperiale, di lingua e cultura ellenistica, che visse e lavorò ad Alessandria
d'Egitto: con la sua opera "Ottica" vengono discussi fenomeni di riflessione e rifrazione partendo da basi empiriche. Con il tempo questa divenne una scienza studiata non solo a livello geometrico, basandosi quindi non solo più su concetti legati a immagine reale (figura che si viene a formare dall'unione dei raggi convergenti) , immagine virtuale (riproduzione che si crea dall'unione dei raggi divergenti) e fuoco (definito come il punto in cui
convergono i raggi che provengono paralleli all'asse ottico) ma bensì tenendo anche conto della natura ondulatoria della luce come radiazione elettromagnetica.
martedì 21 aprile 2020
Come preservare la storia artistica di un Paese: il restauro di quadri
l restauro dei dipinti costituisce l’insieme delle operazioni atte a prolungare la vita del manufatto e implica un intervento sulla materia. Per estensione con “restauro” si intende il risultato dell’intervento ed anche la parte sottoposta a restauro. Secondo la Carta della Conservazione e del Restauro degli oggetti d’arte e di cultura (1987), il termine identifica “qualsiasi intervento che, nel rispetto dei principi di conservazione e sulla base di previe indagini conoscitive di ogni tipo, sia rivolto a restituire all’oggetto , nei limiti del possibile, la relativa leggibilità e, ove occorra, l’uso”.
Al di là di una precisa ma generica formula, il termine restauro dipinti si apre a molteplici definizioni, implicando non solo metodologie tecnico-scientifiche ma parametri critico-estetici, per i quali valga, a titolo esemplificativo, la nota definizione data da Cesare Brandi: “Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetico-storica in vista della sua trasmissione al futuro”.
Nel restauro dipinti si è soliti riferirsi con espressioni – peraltro discusse e contestate in vari ambiti – a due principali fasi di intervento: restauro estetico e restauro conservativo.
Con “restauro estetico” ci si riferisce genericamente alle operazioni non direttamente tese a consolidare la parte materica dell’opera, come nel restauro conservativo, ma volte a restituire leggibilità all’opera, quali le operazioni di pulitura e di reintegrazione pittorica. Tali azioni sono caratterizzate dalla necessità di affiancare alle metodologie tecnico-scientifiche riflessioni e quindi scelte dipendenti da fattori di ordine critico-estetico, secondo un modo di procedere particolarmente caratteristico della scuola di restauro italiana.
Il “restauro conservativo” è invece l’intervento di restauro che si limita a consolidare l’esistente, escludendo operazioni di ricostruzione o di reintegrazione (come nel caso del restauro estetico). Nel restauro dipinti, ad esempio, vengono essenzialmente individuate con l’espressione le operazioni tese a consolidare il supporto, la preparazione e il colore, ovvero gli interventi finalizzati a migliorare le caratteristiche meccaniche del manufatto e a bloccare, per quanto è possibile, i processi di degradazione chimico-fisica e biologica in atto.
Fonti: https://artenet.it/restauro-dipinti/
Al di là di una precisa ma generica formula, il termine restauro dipinti si apre a molteplici definizioni, implicando non solo metodologie tecnico-scientifiche ma parametri critico-estetici, per i quali valga, a titolo esemplificativo, la nota definizione data da Cesare Brandi: “Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetico-storica in vista della sua trasmissione al futuro”.
Nel restauro dipinti si è soliti riferirsi con espressioni – peraltro discusse e contestate in vari ambiti – a due principali fasi di intervento: restauro estetico e restauro conservativo.
Con “restauro estetico” ci si riferisce genericamente alle operazioni non direttamente tese a consolidare la parte materica dell’opera, come nel restauro conservativo, ma volte a restituire leggibilità all’opera, quali le operazioni di pulitura e di reintegrazione pittorica. Tali azioni sono caratterizzate dalla necessità di affiancare alle metodologie tecnico-scientifiche riflessioni e quindi scelte dipendenti da fattori di ordine critico-estetico, secondo un modo di procedere particolarmente caratteristico della scuola di restauro italiana.
Il “restauro conservativo” è invece l’intervento di restauro che si limita a consolidare l’esistente, escludendo operazioni di ricostruzione o di reintegrazione (come nel caso del restauro estetico). Nel restauro dipinti, ad esempio, vengono essenzialmente individuate con l’espressione le operazioni tese a consolidare il supporto, la preparazione e il colore, ovvero gli interventi finalizzati a migliorare le caratteristiche meccaniche del manufatto e a bloccare, per quanto è possibile, i processi di degradazione chimico-fisica e biologica in atto.
Fonti: https://artenet.it/restauro-dipinti/
martedì 14 aprile 2020
Dall'efficienza all'estetica: come l'aerodinamica influenza la silhouette di un automobile
Lo studio delle forme di un’autovettura, al di fuori del puro lato estetico, è uno degli step fondamentali nella progettazione della stessa. Il propulsore, dopo aver trasmesso la potenza alle ruote vincendo l’attrito al rotolamento, deve fare i conti con un nemico invisibile ben più potente: l’aria.
Questo fluido, così prezioso per la nostra sopravvivenza ed in grado di alimentare la combustione dei nostri motori, penalizza fortemente i consumi, la velocità massima e la tenuta di strada. Sommando alla resistenza dell’aria quella del rotolamento otteniamo la forza che il motore deve vincere per far muovere la macchina. Studiare nel dettaglio questi fenomeni è davvero complicato ma possiamo approssimare tale forza dissipativa come direttamente proporzionale a un coefficiente di attrito viscoso. Tale valore non è altro che un numero rappresentante la resistenza aerodinamica di un corpo in moto in un fluido. Una forma più snella ed affusolata avrà un coefficiente più basso; viceversa un’area di impatto più ampia e piatta, pensate ad un camion o un autobus, offrirà una resistenza più elevata. Questo ostacolo, in termini di forza, aumenta in modo esponenziale con la velocità; è per questo che lo studio più o meno elaborato dell’aerodinamica di un’automobile dà i suoi frutti a velocità sostenute. Un veicolo moderno ha in media un coefficiente aerodinamico di circa 0.34, un grande passo in avanti rispetto agli oltre 0.45 delle vecchie e squadrate vetture anni 80 e 90. La fisica insegna anche che ogni auto ha i suoi limiti in termini di velocità massima: un propulsore potente, se non supportato da un accurato studio, non riesce ad utilizzare al meglio la sua potenza e la velocità massima sarà più limitata rispetto ad un veicolo dotato dello stesso motore e di una carrozzeria più accurata.


Durante le fasi di progettazione vengono realizzati modellini in scala analizzati poi nelle gallerie del vento. Tramite questi esperimenti, tecnici ed ingegneri sono in grado di progettare le forme migliori tenendo conto dei vari vincoli a cui è soggetto lo sviluppo di uno specifico modello: dimensioni, segmento, potenza.
Se una normale utilitaria o familiare si prefigge l’obiettivo di minimizzare questa tenace resistenza, diverso è il caso delle auto sportive. Prendendo come spunto le competizioni automobilistiche, gli ingegneri che progettano queste vetture sfruttano la resistenza dell’aria in modo quasi opposto.Se da un lato il corpo vettura è sempre affusolato e studiato ad-hoc per fendere l’aria, oltre certe velocità, specialmente in curva, è necessario uno stratagemma ulteriore al fine di tenere schiacciata al suolo la vettura. Tale soluzione è rappresentata dalle appendici aerodinamiche, prime tra tutte gli alettoni.Se le forme affusolate sono in grado di penetrare più facilmente l’aria, gli alettoni generano una forza verso il basso capace di garantire la tenuta di strada a grandi velocità. E’ esattamente lo stesso principio sfruttato dagli aerei ma al contrario. Il profilo alare di un aeromobile èstudiato per produrre una forza verso l’alto, detta portanza, in grado di sostenere l’aereo; la velocità orizzontale è data dalla spinta dei motori.
Fonti: https://techprincess.it/aerodinamica-automobile-auto-for-dummies/
Questo fluido, così prezioso per la nostra sopravvivenza ed in grado di alimentare la combustione dei nostri motori, penalizza fortemente i consumi, la velocità massima e la tenuta di strada. Sommando alla resistenza dell’aria quella del rotolamento otteniamo la forza che il motore deve vincere per far muovere la macchina. Studiare nel dettaglio questi fenomeni è davvero complicato ma possiamo approssimare tale forza dissipativa come direttamente proporzionale a un coefficiente di attrito viscoso. Tale valore non è altro che un numero rappresentante la resistenza aerodinamica di un corpo in moto in un fluido. Una forma più snella ed affusolata avrà un coefficiente più basso; viceversa un’area di impatto più ampia e piatta, pensate ad un camion o un autobus, offrirà una resistenza più elevata. Questo ostacolo, in termini di forza, aumenta in modo esponenziale con la velocità; è per questo che lo studio più o meno elaborato dell’aerodinamica di un’automobile dà i suoi frutti a velocità sostenute. Un veicolo moderno ha in media un coefficiente aerodinamico di circa 0.34, un grande passo in avanti rispetto agli oltre 0.45 delle vecchie e squadrate vetture anni 80 e 90. La fisica insegna anche che ogni auto ha i suoi limiti in termini di velocità massima: un propulsore potente, se non supportato da un accurato studio, non riesce ad utilizzare al meglio la sua potenza e la velocità massima sarà più limitata rispetto ad un veicolo dotato dello stesso motore e di una carrozzeria più accurata.


Durante le fasi di progettazione vengono realizzati modellini in scala analizzati poi nelle gallerie del vento. Tramite questi esperimenti, tecnici ed ingegneri sono in grado di progettare le forme migliori tenendo conto dei vari vincoli a cui è soggetto lo sviluppo di uno specifico modello: dimensioni, segmento, potenza.
Se una normale utilitaria o familiare si prefigge l’obiettivo di minimizzare questa tenace resistenza, diverso è il caso delle auto sportive. Prendendo come spunto le competizioni automobilistiche, gli ingegneri che progettano queste vetture sfruttano la resistenza dell’aria in modo quasi opposto.Se da un lato il corpo vettura è sempre affusolato e studiato ad-hoc per fendere l’aria, oltre certe velocità, specialmente in curva, è necessario uno stratagemma ulteriore al fine di tenere schiacciata al suolo la vettura. Tale soluzione è rappresentata dalle appendici aerodinamiche, prime tra tutte gli alettoni.Se le forme affusolate sono in grado di penetrare più facilmente l’aria, gli alettoni generano una forza verso il basso capace di garantire la tenuta di strada a grandi velocità. E’ esattamente lo stesso principio sfruttato dagli aerei ma al contrario. Il profilo alare di un aeromobile èstudiato per produrre una forza verso l’alto, detta portanza, in grado di sostenere l’aereo; la velocità orizzontale è data dalla spinta dei motori.Fonti: https://techprincess.it/aerodinamica-automobile-auto-for-dummies/
Iscriviti a:
Post (Atom)
La fine: sintesi del blog - STEP #25
Con il termine immagine si vuole indicare la forma esteriore degli oggetti corporei , in quanto viene percepita attraverso il senso della v...
-
Viviamo nella cosiddetta “civiltà dell’immagine” e pertanto non ci stupiscono i dati Censis 2007, secondo i quali solo il 33% dei ragazzi tr...
-
Fin dalle prime civiltà si è capita l'incredibile forza comunicante delle immagini. La storia delle immagini iniziò con la pittura rupes...
-
Se nel nostro immaginario Parigi appare così romantica, con i pittori intenti a dipingere la Senna con una tavolozza tra le dita, probabilme...













