Marshall McLuhan insieme a W.J. Ong. McLuhan fu uno dei primi a definire le influenze della tecnologia e più in generale dei mezzi di comunicazione sulla struttura mentale dell’individuo in ogni particolare epoca storica. In “Gli strumenti del comunicare” (1964), egli comprende che è importante studiare i media non tanto per il contenuto che veicolano, ma in base al sistema col quale realizzano la comunicazione. Ciò trasforma radicalmente il modo di concepire tali strumenti, incorporando il fine stesso nel mezzo. A partire da questa premessa è possibile estendere la riflessione riguardo le dinamiche della società odierna iperconnessa e circa l’effetto che gli attuali mezzi di comunicazione provocano sull'Ego. A partire dal mainstream e rimanendo circostanziati al mondo del jet set, notevole è il salto di qualità realizzato da sistemi quali i social network, che sono essi stessi a fabbricare i divi di massa, come nel caso degli influencer, o comunque amplificano di parecchio la
portata di personaggi televisivi, cinematografici e del mondo della cultura pop. Traslando la forte presa che i “mezzi social” stanno assumendo nella realtà, dal mondo dello spettacolo a quello privato, come non notare la dilagante quantità di dati che, o in forma testo o fotografica e video, celebra minuto per minuto la vita di milioni anonimi individui. Una vera e propria forma di “dipendenza” dovuta alla sollecitazione continua della volontà di esibizione personale. Assistiamo quotidianamente a una valanga di selfie, fotografie, post e racconti di ogni genere, immortalanti qualunque fatto, qualunque evento, anche il più insignificante, o peggio ancora sgradevole all'occhio del pubblico.
Gli effetti sull’Ego dei media si riscontrano anche nel mondo della cultura e dell’informazione. Come non notare il narcisismo di grandi personaggi di questo settore, giunto oramai a livelli patologici. I suddetti, più che divulgare le proprie conoscenze, con un certo grado ammissibile di orgoglio personale sono divenuti delle vere e proprie star da talk show televisivo. Questo discorso include anche tutti coloro che negli ultimi anni si sono guadagnati, giustamente, la fama di personaggi rilevanti nel mondo della controinformazione e della controcultura.
Un meccanismo a più livelli che dirige la penetrazione di contenuti e messaggi di ogni tipo, a cominciare da quelli subliminali, nella sfera inconscia, e che è oggetto di dibattito tra i massimi esponenti della sociologia e del mondo della comunicazione. Un meccanismo, dunque, che fa presa su tutti, indipendentemente da personalità, importanza, idee e “visione del mondo”.
Fonti: https://sociologicamente.it/benvenuti-nella-societa-dellego-tra-selfie-social-network-e-controcultura/
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofia. Mostra tutti i post
martedì 9 giugno 2020
lunedì 8 giugno 2020
Il bello e buono: come nell'antica Grecia le buone virtù erano racchiuse in una persona
L’attributo con cui i Greci erano soliti indicare l’uomo ideale era "kalòs kai agathòs", che significa bello e buono, quindi l’aspetto fisico era posto sullo stesso piano di quello morale e l’uno non era completo senza l’altro; questa fu una concezione diffusa in tutto il mondo antico e che trovò in Grecia la sua massima espressione. La forza, la bellezza e l’armonia erano virtù di una persona almeno quanto l’intelligenza e la bontà d’animo, tanto che tutti gli eroi epici, da Omero in poi, vengono presentati come "kalòi kai agathòi"e in ogni poema sono presenti gare sportive la cui vittoria dà ai protagonisti lo stesso prestigio di una vittoria in una battaglia.
Anche la politica era permeata di bellezza: l’ideale aristocratico della "kalokagathia" significava infatti che l’essere “buono” (valoroso, ben nato, ben educato) non poteva essere disgiunto dall’esser bello (armonioso, nobile, splendente di gloria). Gli dei, i semidei, gli eroi, gli uomini che il mito e la storia ci tramandano, che la poesia e la statuaria ci consegnano, sono belli perché, nel loro corpo, partecipano della misura divina del mondo. Una bellezza, dunque, al tempo stesso individuale e collettiva, soggettiva e oggettiva, naturale e umana.
“La potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello” scriveva Platone. La bellezza del fisico corrisponde, insomma, alla perfezione morale ("kalokagathia"). L’attività atletica diventa un elemento di basilare importanza nell’educazione, accanto all’insegnamento delle discipline intellettuali. Lo sviluppo di un’armoniosa muscolatura, l’agilità, la destrezza fisica e l’attività ginnica in generale erano considerati sullo stesso piano e con lo stesso valore delle attività intellettuali. Sorgono e si moltiplicano in tutte le società greche appositi edifici, ginnasi, necessari ed indispensabili per una corretta educazione ("paideia") dei giovani. Il concetto greco non può che riflettersi nelle sculture della grecità e in quelle del Rinascimento italiano.
Fonti: https://candide.it/kalos-kai-agathos-ovvero-bello-e-buono
Anche la politica era permeata di bellezza: l’ideale aristocratico della "kalokagathia" significava infatti che l’essere “buono” (valoroso, ben nato, ben educato) non poteva essere disgiunto dall’esser bello (armonioso, nobile, splendente di gloria). Gli dei, i semidei, gli eroi, gli uomini che il mito e la storia ci tramandano, che la poesia e la statuaria ci consegnano, sono belli perché, nel loro corpo, partecipano della misura divina del mondo. Una bellezza, dunque, al tempo stesso individuale e collettiva, soggettiva e oggettiva, naturale e umana.
“La potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello” scriveva Platone. La bellezza del fisico corrisponde, insomma, alla perfezione morale ("kalokagathia"). L’attività atletica diventa un elemento di basilare importanza nell’educazione, accanto all’insegnamento delle discipline intellettuali. Lo sviluppo di un’armoniosa muscolatura, l’agilità, la destrezza fisica e l’attività ginnica in generale erano considerati sullo stesso piano e con lo stesso valore delle attività intellettuali. Sorgono e si moltiplicano in tutte le società greche appositi edifici, ginnasi, necessari ed indispensabili per una corretta educazione ("paideia") dei giovani. Il concetto greco non può che riflettersi nelle sculture della grecità e in quelle del Rinascimento italiano.
![]() | ||
| Mirone, 455 a.C. - Museo nazionale romano di Palazzo Massimo, Roma |
Fonti: https://candide.it/kalos-kai-agathos-ovvero-bello-e-buono
giovedì 28 maggio 2020
Nello Zibaldone di Leopardi: come le immagini influenzano la nostra vita. La Teoria del piacere - STEP #20
Se ci si addentra nella ricerca del termine "immagine" nello Zibaldone, non è difficile trovare in tale
diario numerosi ricorsi al vocabolo in questione. Primo tra tutti è sicuramente la "Teoria del piacere", così come esplicitamente lui stesso la chiama. Tale riflessione è espressa come un breve e coeso saggio filosofico, la quale evidenzia un’idea ben precisa: ogni uomo, nel suo agire, mira "al piacere, ossia alla felicità"; questa tendenza al piacere non conosce limiti perché connaturata all’esistenza; al contrario, i mezzi attraverso i quali l’uomo cerca di soddisfarla, i "piaceri", sono limitati, temporanei ed effimeri. Ne consegue la distanza incolmabile tra desiderio del piacere ed effettiva possibilità di soddisfarlo. Attraverso una serie di affermazioni, il poeta recanatese costruisce la propria teoria partendo dall'affermare che il desiderio del piacere è infinito per durata e per estensione. Di tutt'altra natura è invece il conseguimento di un oggetto di desiderio, in quanto questo non spegne il desiderio del piacere, poiché risponde con qualcosa di finito a una richiesta infinita. Dunque soltanto l’immaginazione può soddisfare il desiderio del piacere, desiderio che è infinito, perché soltanto l’immagine astratta può riprodurre oggetti infiniti per numero, per durata e per estensione; l’uomo sperimenta una condizione di felicità quando può soddisfare la propria infinita sete di piacere con questi oggetti infiniti illusori, creati dalla sua facoltà immaginativa. Continua l'autore affermando che solo madre natura aveva disposto gli uomini al piacere facendoli ignoranti, cioè capaci di illusioni e di immaginazione. Tale filosofia è ritrovabile anche in poesia con la poetica del vago e dell’indeterminato, le quali sono fonti di piacere in quanto attivano l’immaginazione (ciò che è indefinito non può essere percepito dalla ragione perché la ragione non ha la capacità di concepire oggetti: il caso più esemplare è "L'infinito", poesia in cui il poeta si lascia trasportare dall'immaginazione verso l’incerto, proiettando l’idea di questo piacere in uno spazio e in una durata non quantificabili).
diario numerosi ricorsi al vocabolo in questione. Primo tra tutti è sicuramente la "Teoria del piacere", così come esplicitamente lui stesso la chiama. Tale riflessione è espressa come un breve e coeso saggio filosofico, la quale evidenzia un’idea ben precisa: ogni uomo, nel suo agire, mira "al piacere, ossia alla felicità"; questa tendenza al piacere non conosce limiti perché connaturata all’esistenza; al contrario, i mezzi attraverso i quali l’uomo cerca di soddisfarla, i "piaceri", sono limitati, temporanei ed effimeri. Ne consegue la distanza incolmabile tra desiderio del piacere ed effettiva possibilità di soddisfarlo. Attraverso una serie di affermazioni, il poeta recanatese costruisce la propria teoria partendo dall'affermare che il desiderio del piacere è infinito per durata e per estensione. Di tutt'altra natura è invece il conseguimento di un oggetto di desiderio, in quanto questo non spegne il desiderio del piacere, poiché risponde con qualcosa di finito a una richiesta infinita. Dunque soltanto l’immaginazione può soddisfare il desiderio del piacere, desiderio che è infinito, perché soltanto l’immagine astratta può riprodurre oggetti infiniti per numero, per durata e per estensione; l’uomo sperimenta una condizione di felicità quando può soddisfare la propria infinita sete di piacere con questi oggetti infiniti illusori, creati dalla sua facoltà immaginativa. Continua l'autore affermando che solo madre natura aveva disposto gli uomini al piacere facendoli ignoranti, cioè capaci di illusioni e di immaginazione. Tale filosofia è ritrovabile anche in poesia con la poetica del vago e dell’indeterminato, le quali sono fonti di piacere in quanto attivano l’immaginazione (ciò che è indefinito non può essere percepito dalla ragione perché la ragione non ha la capacità di concepire oggetti: il caso più esemplare è "L'infinito", poesia in cui il poeta si lascia trasportare dall'immaginazione verso l’incerto, proiettando l’idea di questo piacere in uno spazio e in una durata non quantificabili).
martedì 26 maggio 2020
Bergson e la realtà: come le immagini sono il punto di contatto tra il tangibile e il sensibile - STEP #18
Come già affermato precedentemente la filosofia ebbe numerosi pensatori che esposero teorie sul come relazionarsi con la realtà. Tale attitudine verso la ricerca del vero in ciò che ci circonda lo troviamo anche in Bergson, filosofo francese vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Nella sua opera "Materia e memoria", viene affermato che la relazione tra la coscienza interiore del soggetto e la realtà corporea con la quale si interagisce sta in mezzo tra la concezione idealistica, che cioè considera l'oggetto assolutamente determinato dal soggetto, e la concezione realistica, ovvero che considera la realtà sensibile come a sé stante, cioè avente esistenza propria. Bergson descrive le immagini come il punto di contatto tra il mondo della rappresentazione (idealisti) e la cosa sensibile (realisti). L'immagine è propriamente ciò che la coscienza crea attraverso l'unione tra l'interazione con la realtà e la sintesi, che essa stessa compie, dalle rappresentazioni della realtà che l'io psichico costruisce al suo interno. Queste immagini chiaramente non sono accostate a caso ma seguono delle relazioni: queste relazioni coincidono con le leggi della natura (quindi si capisce come Bergson pur essendo uno spiritualista, considera fondamentali le leggi organiche e inorganiche che regolano la materia). Fra le diverse immagini ve né una privilegiata che sottostà a queste leggi ma che è anche in grado di modificarle a suo piacimento. Inoltre, mentre tutte le altre immagini hanno ragione di esistere perchè si creano partendo dall'esterno, questa immagine vive la sua esistenza dall'interno: essa è il corpo. La funzione del corpo è quella di selezionare le altre immagini in base a criteri soggettivi che seguono l'esigenza di soddisfare bisogni propri. In questo modo molte immagini vengono accettate, altre invece vengono scartate: è questo il campo della percezione. Essa non può avere un carattere conoscitivo (in senso oggettivo) della realtà perchè ognuno selezionerà le le proprie immagini in base alla propria coscienza: percepire significa dunque modificare la realtà materiale in base alle esigenze del nostro corpo. La conoscenza della realtà e la vita interiore di un individuo non può risolversi solo nella sua attività psichica, che pure rappresenta una parte fondamentale della sua esistenza.
Fonti: https://www.tesionline.it/appunti/storia-della-filosofia-contemporanea/percezione-in-bergson/380/108
lunedì 18 maggio 2020
Memoria visiva: un metodo di studio come retaggio dei nostri antenati
Utilizzare la memoria visiva (o memoria fotografica) è una strategia di studio molto potente.
Sfrutta infatti la nostra straordinaria e innata capacità di ricordare attraverso le immagini e , di fatto, per milioni di anni, la maggior parte di quello che abbiamo imparato è dovuto alla memoria visiva.
Per quasi 2 milioni di anni, infatti abbiamo fatto a meno della scrittura e abbiamo utilizzato un vocabolario parlato molto limitato. Ricordare ciò che vedevamo ci ha permesso di tenerci lontani dai pericoli, di approfittare delle opportunità e di imparare dall'ambiente che ci circondava.
La nostra esperienza del mondo e la conseguente capacità di sopravvivenza sono state quindi legate soprattutto agli organi di senso, in primis la vista. Per questo la nostra memoria visiva è, potenzialmente, straordinaria. Ora, lo sviluppo nella nostra specie di un linguaggio complesso ha certamente accelerato il nostro progresso ma ha anche un po’ inibito alcune delle nostre efficacissime capacità primordiali.
Per ragioni evolutive dunque, utilizzare la memoria visiva per studiare potrebbe essere estremamente efficace ed anche facile, proprio perché è un sistema molto naturale e istintivo. Le parole sono esse stesse delle immagini, ma ricordarle con la memoria fotografica è difficile, perché sono immagini molto poco caratterizzate. Inoltre anche l'aspetto dell'emotività gioca un ruolo fondamentale nella memorizzazione di concetti: è infatti scientificamente provato che elementi capaci di impressionarci rimangono nella memoria molto più a lungo e il ricordo tende in modo minore a subire alterazioni. La presenza di azione nelle immagini comporta anche un maggior lavoro mnemonico da parte della mente, in quanto una situazione dinamica ci porta a prefigurarci gli sviluppi di quello che accadrà, a differenza di una momento statico, che difficilmente ci permette di ricordare particolari legati alla situazione. Essere parte dell'immagine (immaginandoci protagonisti della situazione) è una terza componente che rende un ricordo maggiormente vivido nel tempo.
Riassumendo, per rendere un ricordo più duraturo nella mente è necessario che questo sia influenzato da:
1) Contenuti emotivamente rilevanti;
2) Presenza di azioni;
3) Prospettiva che renda ci renda protagonisti della situazione.
La memoria visiva si chiama anche “memoria fotografica”, ma non lo è affatto. I nostri occhi infatti non interagiscono con l’ambiente come se fossero un obiettivo fotografico. Fatta salva l’eccezione della memoria eidetica, avere memoria visiva non significa “stamparsi” una immagine nella mente per poi riguardarla a piacimento, come si fa col pc. Nella memoria visiva “normale” i nostri occhi interagiscono con l’ambiente in modo complesso, operando in maniera istantanea una serie di processi selettivi e analitici. Anche se questi processi dipendono il larga misura da automatismi, essi possono essere cambiati, influenzati e trasformati dalle nostre strutture cerebrali superiori.
Fonti:https://www.gliaudacidellamemoria.com/memoria-visiva-funziona-utilizzarla/
Sfrutta infatti la nostra straordinaria e innata capacità di ricordare attraverso le immagini e , di fatto, per milioni di anni, la maggior parte di quello che abbiamo imparato è dovuto alla memoria visiva.
Per quasi 2 milioni di anni, infatti abbiamo fatto a meno della scrittura e abbiamo utilizzato un vocabolario parlato molto limitato. Ricordare ciò che vedevamo ci ha permesso di tenerci lontani dai pericoli, di approfittare delle opportunità e di imparare dall'ambiente che ci circondava.
La nostra esperienza del mondo e la conseguente capacità di sopravvivenza sono state quindi legate soprattutto agli organi di senso, in primis la vista. Per questo la nostra memoria visiva è, potenzialmente, straordinaria. Ora, lo sviluppo nella nostra specie di un linguaggio complesso ha certamente accelerato il nostro progresso ma ha anche un po’ inibito alcune delle nostre efficacissime capacità primordiali.
Per ragioni evolutive dunque, utilizzare la memoria visiva per studiare potrebbe essere estremamente efficace ed anche facile, proprio perché è un sistema molto naturale e istintivo. Le parole sono esse stesse delle immagini, ma ricordarle con la memoria fotografica è difficile, perché sono immagini molto poco caratterizzate. Inoltre anche l'aspetto dell'emotività gioca un ruolo fondamentale nella memorizzazione di concetti: è infatti scientificamente provato che elementi capaci di impressionarci rimangono nella memoria molto più a lungo e il ricordo tende in modo minore a subire alterazioni. La presenza di azione nelle immagini comporta anche un maggior lavoro mnemonico da parte della mente, in quanto una situazione dinamica ci porta a prefigurarci gli sviluppi di quello che accadrà, a differenza di una momento statico, che difficilmente ci permette di ricordare particolari legati alla situazione. Essere parte dell'immagine (immaginandoci protagonisti della situazione) è una terza componente che rende un ricordo maggiormente vivido nel tempo.
Riassumendo, per rendere un ricordo più duraturo nella mente è necessario che questo sia influenzato da:
1) Contenuti emotivamente rilevanti;
2) Presenza di azioni;
3) Prospettiva che renda ci renda protagonisti della situazione.
La memoria visiva si chiama anche “memoria fotografica”, ma non lo è affatto. I nostri occhi infatti non interagiscono con l’ambiente come se fossero un obiettivo fotografico. Fatta salva l’eccezione della memoria eidetica, avere memoria visiva non significa “stamparsi” una immagine nella mente per poi riguardarla a piacimento, come si fa col pc. Nella memoria visiva “normale” i nostri occhi interagiscono con l’ambiente in modo complesso, operando in maniera istantanea una serie di processi selettivi e analitici. Anche se questi processi dipendono il larga misura da automatismi, essi possono essere cambiati, influenzati e trasformati dalle nostre strutture cerebrali superiori.
Fonti:https://www.gliaudacidellamemoria.com/memoria-visiva-funziona-utilizzarla/
domenica 17 maggio 2020
La memoria dell'immagine: a cosa mi rimanda - STEP #17
A. Azienda
B. Bambini (Imparare per immagini )
C. Cecità (Senza ponti con il mondo delle immagini)
D. Daguerre Louis (Inventore del processo fotografico)
E. Educare
F. Fuoco (L' "anatomia" di uno specchio)
G. Gioiello
H. Handycam
I. Impressionismo (Il concetto di immagine nell'arte dell' 800)
K. Kant Immanuel (Tra fenomeno e Noumeno)
L. Luce
M. Memoria (Come vediamo i ricordi)
N. Narciso (Immagine dell'amor proprio)
O. Occhio (Il primo mezzo di osservazione)
P. Pubblicità Come veicolare un messaggio nella società moderna)
Q. Quadro
R. Ricordo (Come riviviamo nel passato)
S. Social-media
T. Televisione
U. Utopia (Sir Francis Bacon e "La nuova Atlantide")
V. Valore
W. Warburg Aby (La ricerca delle costanti nell'arte)
Z. Zoom
B. Bambini (Imparare per immagini )
C. Cecità (Senza ponti con il mondo delle immagini)
D. Daguerre Louis (Inventore del processo fotografico)
E. Educare
F. Fuoco (L' "anatomia" di uno specchio)
G. Gioiello
H. Handycam
I. Impressionismo (Il concetto di immagine nell'arte dell' 800)
K. Kant Immanuel (Tra fenomeno e Noumeno)
L. Luce
M. Memoria (Come vediamo i ricordi)
N. Narciso (Immagine dell'amor proprio)
P. Pubblicità Come veicolare un messaggio nella società moderna)
Q. Quadro
R. Ricordo (Come riviviamo nel passato)
S. Social-media
T. Televisione
U. Utopia (Sir Francis Bacon e "La nuova Atlantide")
V. Valore
W. Warburg Aby (La ricerca delle costanti nell'arte)
Z. Zoom
giovedì 14 maggio 2020
Un rappresentante dell'immagine: Vance Packard e il "Persuasori occulti" - STEP #16
Tutto cambiò con l'avvento della televisione: questo nuovo artefatto entrò nelle case di ogni famiglia, tenendo compagnia a queste in ogni momento della giornata, cambiando profondamente il modo di accedere alle informazioni, diventando così reperibili a tutti. Questo piccolo schermo fu il mezzo che, secondo Vince Packard, segnò una vera e propria rivoluzione economico-sociale, iniziata nel XX secolo e di cui ne risentiamo gli effetti ancora adesso, i quali sono amplificati a dismisura dall'avvento delle nuove tecnologie soprattutto nel campo delle comunicazioni di massa. Basandosi su un lungo e attento studio di documenti e interviste, l'obiettivo di Packard è quello di illuminare i lettori su come il capitalismo americano (e quindi di conseguenza tutta l'economia mondiale), verso la fine degli anni cinquanta, decide di risolvere un problema: creare mercati sufficienti per una produzione sempre più aggressiva in termini quantitativi. Economicamente parlando: evitare le crisi di sottoconsumo. In un mondo che infatti è appena uscito dal suo secondo conflitto mondiale, gli stati hanno la necessità di far ripartire la propria macchina produttiva, risollevando l'economia nazionale dagli effetti che la II Guerra Mondiale comportò. In particolar modo, l'industria è più che mai in fermento considerati gli ingenti danni provocati dalla devastazione della guerra.
Ed è proprio qui che interviene la pubblicità, definita appunto dal sociologo come un "persuasore occulto", un entità cioè non manifesta che tuttavia si mostra capace di controllare le nostre scelte.
Dalla lettura dell'opera si può facilmente dedurre che nessuna sfera della vita era al sicura da quelli che verranno poi definiti dei veri e propri psicologi della società di massa: infatti, la nuova generazione degli agenti pubblicitari stravolsere le regole del gioco, facendo assumere al consumatore un ruolo centrale nella scena. I prodotti erano da sempre sottoposti a studi ma mai prima di allora ci si era chiesto il motivo per cui la massa dovesse essere tantata a compiere l'acquisto.
Fonti: https://www.dirtywork.it/blog/i-persuasori-occulti-appunti-sul-libro-di-vance-packard/
Immagini: https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/11/F-1.jpg
Ed è proprio qui che interviene la pubblicità, definita appunto dal sociologo come un "persuasore occulto", un entità cioè non manifesta che tuttavia si mostra capace di controllare le nostre scelte.
Dalla lettura dell'opera si può facilmente dedurre che nessuna sfera della vita era al sicura da quelli che verranno poi definiti dei veri e propri psicologi della società di massa: infatti, la nuova generazione degli agenti pubblicitari stravolsere le regole del gioco, facendo assumere al consumatore un ruolo centrale nella scena. I prodotti erano da sempre sottoposti a studi ma mai prima di allora ci si era chiesto il motivo per cui la massa dovesse essere tantata a compiere l'acquisto.
Packard aveva capito che i consumatori dovevano essere
sottoposti ad analisi più meticolose. Era necessario entrare nelle loro teste per
comprendere il processo alla base delle loro pulsioni di acquisto. I sondaggi e
i focus group erano per Packard lo strumento più adatto. Non si trattava quindi
di inserire fotogrammi in una pellicola per accendere un desiderio in modo
subliminale. L’obiettivo era quello di acquisire informazioni dettagliate per
produrre pubblicità sempre più efficaci.
All’epoca dei grandi illusionisti e prima della nascita
della psicologia cognitiva si pensava che con la giusta parola si potesse
aprire e controllare la mente di un individuo. Gioie, paure, angosce che
galleggiavano nell’inconscio sarebbero deflagrate al momento giusto. "Il prodotto non soltanto dev’essere buono ma deve esercitare
una suggestione sui nostri sentimenti annidati nei recessi della psiche." Alla pubblicità insomma si attribuiva il potere di aggirare
il raziocino delle persone e di cambiarne i gusti.
Sei quello che possiedi e aspettare che un prodotto si
deteriorasse o che passasse lentamente di moda era un sacrificio che il
marketing pubblicitario non era disposto più a sopportare. L’idea di un
invecchiamento psicologico iniziò a circolare tra gli addetti ai lavori per far
sì che ad esempio "il cliente si vergogni a guidare la stessa auto per più di
due o tre anni". Naturalmente il mercato automobilistico sperimentò altre
tecniche di persuasione che possiamo trovare anche nelle pubblicità attuali.
Basti pensare al concetto che "quando compro un’automobile io dico, in un certo
senso, voglio una macchina che mi definisca". L’approccio scientifico stava producendo i suoi frutti e ben
presto fu sperimentato anche durante le elezioni presidenziali del 1956.
Packard non gradì che la manipolazione avvenisse a livello politico. Gli
elettori indecisi cadevano sotto il fuoco incrociato di presunte dichiarazioni
e pittoresche immagini dei candidati e delle loro mogli. Le fake news diciamo
che ne sono in qualche modo la diretta conseguenza.
Immagini: https://www.ereticamente.net/wp-content/uploads/2018/11/F-1.jpg
mercoledì 29 aprile 2020
Fenomeno e Noumeno: facce controverse di vedere la realtà - STEP #12.2
Se si analizza la produzione di testi filosofici relativi all'epoca moderna, in particolar modo quelli appartenenti al tramonto di tale periodo storico, è doveroso esaminare la figura di Kant con particolare attenzione al suo scritto universalmente ritenuto più celebre: "Critica della ragion pura".
Come si evince dalle righe sopra riportate, l'opera tratta la tematica della "critica" che, in ambito kantiano, si intende
quell'atteggiamento filosofico che consiste nell'interrogarsi
programmaticamente circa il fondamento di determinate esperienze della
conoscenza umana ai fini di chiarirne la possibilità (ovvero le condizioni che ne
permettono l'esistenza), la validità (ovvero i titoli di legittimità o
non-legittimità che le caratterizzano) e i limiti (ovvero i loro confini di
validità).
"Tuttavia nel nostro concetto, quando denominiamo certi oggetti, come fenomeni, esseri sensibili (phaenomena), distinguendo il nostro modo di intuirli dalla loro natura in sé, c'è già che noi, per dir così, contrapponiamo ad essi o gli oggetti stessi in questa loro natura in sé (quantunque in essa noi non li intuiamo), o anche altre cose possibili, ma che non sono punto oggetti dei nostri sensi, come oggetti pensati semplicemente dall'intelletto, e li chiamiamo esseri intelligibili (noumena). Ora, si domanda se i nostri concetti puri dell'intelletto rispetto a questi ultimi non abbiano un valore, e se di essi non possano essere una specie di conoscenza.
In particolare, il filosofo propone una attenta distinzione tra "fenomeno" e "noumeno": il primo, è l'oggetto della conoscenza umana ed è sintesi di un elemento materiale e di uno formale. Dal momento che per Kant la conoscenza non può estendersi oltre l'esperienza, a partire dalla nozione di Fenomeno (l'immagine di come questo si presenta ai nostri occhi) dovrà esserci una cosa in sè, il noumeno (dal greco "noumenon", ovvero realtà pensabile), il quale può essere descritta, secondo la filosofia kantiana, come una meta fenomenica che si fenomenizza solo in rapporto a noi. Essa pur essendo inconoscibile, e quindi non è oggetto di esperienza, può essere pensata. Da qui derivano una accezione positiva (ovvero un oggetto di intuizione non sensibile) e una negativa (realtà che è destinata a rimanere ignota). Il noumeno si fa quindi "promemoria critico" delle pretese conoscitive della ragione basata sulla realtà e sulla visione del mondo reale che ci circonda.
Fonti:http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaK/KANT_%20FENOMENO%20E%20NOUMENO.htm#_ftnref1
https://it.wikipedia.org/wiki/Critica_della_ragion_pura#cite_note-1
Immagine:Immagine frontespizio "Critica della ragion pura"
«[La critica] è un invito alla ragione di assumersi
nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erigere
un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle
che non hanno fondamento...; e questo tribunale non può essere se non la
critica della ragion pura stessa....critica della facoltà della ragione in
generale riguardo a tutte le conoscenze alle quali essa può aspirare
indipendentemente da ogni esperienza; quindi la decisione della possibilità o
impossibilità di una metafisica in generale, e la determinazione così delle
fonti, come dell'ambito e dei limiti della medesima, e tutto dedotto da principi.»
"Tuttavia nel nostro concetto, quando denominiamo certi oggetti, come fenomeni, esseri sensibili (phaenomena), distinguendo il nostro modo di intuirli dalla loro natura in sé, c'è già che noi, per dir così, contrapponiamo ad essi o gli oggetti stessi in questa loro natura in sé (quantunque in essa noi non li intuiamo), o anche altre cose possibili, ma che non sono punto oggetti dei nostri sensi, come oggetti pensati semplicemente dall'intelletto, e li chiamiamo esseri intelligibili (noumena). Ora, si domanda se i nostri concetti puri dell'intelletto rispetto a questi ultimi non abbiano un valore, e se di essi non possano essere una specie di conoscenza.
Ma qui si presenta subito un equivoco, che può dare
occasione a un grosso malinteso, e cioè: che poiché l'intelletto, quando chiama
semplicemente fenomeno un oggetto che è in una relazione, si fa ad un tempo,
fuori di questa relazione, ancora una rappresentazione di un oggetto in sé, e
quindi si immagina di potersi parimenti far dei concetti di tali oggetti; e
poiché l'intelletto non fornisce altri concetti che le categorie, l'oggetto,
nell'ultimo significato, si immagina che debba poter esser pensato almeno
mediante codesti concetti puri dell'intelletto; ma così è indotto a ritenere
un concetto affatto indeterminato di un essere intelligibile, come qualcosa in
generale al di là della nostra sensibilità, per un concetto determinato di un
essere, che noi possiamo in qualche modo conoscere mercé dell'intelletto. Se
noi intendiamo per noumeno una cosa, in quanto essa non è oggetto della nostra
intuizione sensibile, astraendo dal nostro modo d'intuirla, essa è un noumeno
in senso negativo. Ma, se per esso invece intendiamo l'oggetto d'una
intuizione non sensibile, allora supponiamo una speciale maniera di intuizioni,
cioè l'intellettuale, la quale però non è la nostra, e della quale non possiamo
comprendere nemmeno la possibilità; e questo sarebbe il noumeno in senso
positivo."
In particolare, il filosofo propone una attenta distinzione tra "fenomeno" e "noumeno": il primo, è l'oggetto della conoscenza umana ed è sintesi di un elemento materiale e di uno formale. Dal momento che per Kant la conoscenza non può estendersi oltre l'esperienza, a partire dalla nozione di Fenomeno (l'immagine di come questo si presenta ai nostri occhi) dovrà esserci una cosa in sè, il noumeno (dal greco "noumenon", ovvero realtà pensabile), il quale può essere descritta, secondo la filosofia kantiana, come una meta fenomenica che si fenomenizza solo in rapporto a noi. Essa pur essendo inconoscibile, e quindi non è oggetto di esperienza, può essere pensata. Da qui derivano una accezione positiva (ovvero un oggetto di intuizione non sensibile) e una negativa (realtà che è destinata a rimanere ignota). Il noumeno si fa quindi "promemoria critico" delle pretese conoscitive della ragione basata sulla realtà e sulla visione del mondo reale che ci circonda.
Fonti:http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaK/KANT_%20FENOMENO%20E%20NOUMENO.htm#_ftnref1
https://it.wikipedia.org/wiki/Critica_della_ragion_pura#cite_note-1
Immagine:Immagine frontespizio "Critica della ragion pura"
L'immagine nella filosofia medievale: l'immagine come parola - STEP #12.1
Nella filosofia Medievale è ricorrente trovare pensieri collegati al concetto di immagine: la cultura infatti era controllata da un esiguo numero di persone, rappresentato dai funzionari della chiesa e dalle più ricche famiglie europee. Si capì quindi che per comunicare un pensiero era necessario "parlare per immagini", le quali contengono pensiero stesso. In questo periodo infatti il tasso di alfabetizzazione era bassissima e la Chiesa, per comunicare con i credenti, si serviva di illustrazioni basandosi su quadri, affreschi sulle pareti delle chiese, vetrate gotiche e bassorilievi. Queste fanno parte del linguaggio visivo che, come il
linguaggio verbale, ha delle regole e delle strutture, una grammatica e una
sintassi, sebbene molto più intuitivo. A livello percettivo le immagini sono l’aggregazione di
elementi semplici come le linee (orizzontali, verticali, curve ecc…), oppure di
forme o figure o spazi (rapporto di vicinanza, lontananza, vuoti e pieni,
figura/sfondo ecc…), oltre che di luci, ombre e colori. Tali elementi
all’interno di ogni processo visivo vengono riconosciuti, organizzati, riempiti
di un senso. Se, ad esempio, in una scatola parallelepipeda o cubica riconosco
una casa, ho compiuto uno slittamento di senso nell’analogia formale. Si
potrebbe anche realizzare il percorso inverso, di ritrovare nelle cose una
forma originaria che ne costituisce la struttura depositata nel nostro
patrimonio visivo: gli stereotipi, i segni iconici.

Da tutto ciò deriva che perché il processo comunicativo si
realizzi è necessaria la presenza di codici, ovvero di relazioni tra
significati e significanti, tra segni e oggetti. Solo l’esistenza e la
conoscenza di un codice comune scelto per comunicare, garantisce la
comprensione fra gli individui. Uno dei "filosofi" più di rilievo sotto questo punto di vista furono papa Gregorio Magno, il quale, prima di tutti, capì la necessità di trasmettere il messaggio evangelico anche alle famiglie più povere (e quindi meno alfabetizzate).

Fonti:https://www.mondimedievali.net/Artemedievale/narrare/introduzione.htm
Immagini: Immagine vetrata gotica
Immagine bassorilievo medievale
Immagini: Immagine vetrata gotica
Immagine bassorilievo medievale
Iscriviti a:
Post (Atom)
La fine: sintesi del blog - STEP #25
Con il termine immagine si vuole indicare la forma esteriore degli oggetti corporei , in quanto viene percepita attraverso il senso della v...
-
Viviamo nella cosiddetta “civiltà dell’immagine” e pertanto non ci stupiscono i dati Censis 2007, secondo i quali solo il 33% dei ragazzi tr...
-
Fin dalle prime civiltà si è capita l'incredibile forza comunicante delle immagini. La storia delle immagini iniziò con la pittura rupes...
-
Se nel nostro immaginario Parigi appare così romantica, con i pittori intenti a dipingere la Senna con una tavolozza tra le dita, probabilme...









